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Posizione: è il momento di virtualizzare i modelli fondazionali con un livello di sistema operativo auto-evolutivo
Le applicazioni di IA sono passate dai singoli modelli fondazionali (FM), monolitici, a sistemi agentici composti. Eppure gli stack odierni restano frammentati: anche se protocolli come MCP e A2A faci

- arXiv
- 2609.19203
- Pubblicato
- 2026-09-16
- Autori
- Suparna Bhattacharya, Tarun Kumar, Cong Xu, Satish Kumar Mopur, Jiahao Li, Ashish Mishra, Aalap Tripathy, Annmary Justine Koomthanam, Martin Foltin, Ian Foster
Abstract degli autori
Le applicazioni di IA sono passate dai singoli modelli fondazionali (FM), monolitici, a sistemi agentici composti. Eppure gli stack odierni restano frammentati: anche se protocolli come MCP e A2A facilitano la connessione tra strumenti e agenti, ogni framework incorpora un runtime implicito per gestire stato, memoria, budget e vincoli di sicurezza, rendendo il comportamento non portabile e la governance fragile. È una situazione che ricorda l’informatica prima dei sistemi operativi, quando ogni programma reimplementava i servizi di base. Questo articolo di posizione sostiene che oggi il settore ha bisogno di un Foundation Model Operating System (FMOS): un livello di sistema che virtualizzi le interazioni con i modelli fondazionali, in modo analogo a come le macchine virtuali astraggono l’hardware fisico, dando alle applicazioni l’illusione di disporre di istanze di modelli fondazionali dedicate e affidabili, con capacità di fatto illimitate. Al suo interno, l’FMOS orchestra la gestione delle conoscenze tra i vari livelli di memoria, la selezione dei modelli e l’allocazione delle risorse, nonché la verifica e l’applicazione delle policy. Come il cervello umano alterna intuizione rapida e deliberazione lenta, l’FMOS apprende quando intervenire e quando lasciare che l’inferenza proceda direttamente, adattando continuamente le proprie policy sulla base dell’esperienza operativa.
Il riassunto di questo paper è disponibile solo in inglese: leggilo nella pagina inglese.
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